Nell’ultimo mese e poco più trascorso qui oltremanica (e a New York, e su molti aerei) mi sono posto diverse volte il quesito del titolo, che è quello immediatamente successivo alla sensazione di non sentirsi, appunto, a casa: ma cos’è che mi manca, cos’è che renderebbe “casa” questo posto, cos’è che deve assolutamente avere la casa che sto cercando qui per andarci a stare una volta finito il periodo in questo appartamento temporaneo?

La risposta è ovviamente sfaccettata e personalissima, quello che rende “casa” un posto per me può essere assolutamente irrilevante per chiunque altro e viceversa: ci sono alcune cose che credo siano più o meno universali o almeno molto ampiamente condivisibili, come ad esempio il fatto che un appartamento in questa posizione

Sì, è il balcone della mia casa temporanea

Con un treno più o meno ogni minuto a qualunque ora del giorno tranne giusto dall’una alle cinque di mattina e spesso, in quel lasso di tempo silenzioso, i lavori di manutenzione dei binari, tipo il tizio che falcia il prato alle tre di mattina sotto la finestra, ecco, credo siamo un po’ tutti d’accordo che un posto del genere non sia casa.

Certo, dopo un mese e con degli auricolari molto seri diciamo che qualche ora a notte riesco a dormire, ma ecco insomma.

Casa, quindi, per dirne una, è un posto dove si dorme e si dorme bene, e se devo dire la mia, c’è un tipo di sonno che li batte tutti, il sonno migliore del mondo: la pennichella della domenica pomeriggio sul divano.

È una cosa che adoro da così poco tempo che ne scrivevo quasi dieci anni fa in un luogo tipo questo, ma il collasso domenicale davanti a Italia Uno è la quintessenza della dormita e, di conseguenza, la quintessenza di casa.

Film della domenica pomeriggio di Italia Uno se mai ce n’è stato uno

È vero, è qualcosa che riesco a fare anche attualmente, visto che la domenica sono spesso in Italia e dopo pranzo il mio giovane amico si fa regolarmente le sue quasi due ore di sonno, per cui nelle ultime domeniche sì, ho fatto la mossa di dire “mi metto un attimo sul divano a guardare Studio Sport e poi sparecchio” per poi svegliarmi alle quattro, ma in effetti dover prendere un aereo per la pennichella domenicale sul divano non è esattamente la situazione ottimale: c’è qualcos’altro che rende “casa” casa e che magari riesco a portarmi dietro qui?

Una risposta facilissima e un grande classico degli expat italiani potrebbe essere “il bidet”, ma devo dire che almeno per ora non ne sento così enormemente la mancanza: faccio un sacco di docce, mi sento pulitissimo, e nelle emergenze me la cavo da dio con le salviettine umidificate con cui anche il mio giovane amico campa tranquillamente quando si caga addosso in giro, per cui no, il bidet è sopravvalutato.

A proposito di docce, però, una cosa che fa un sacco “casa” e che per qualche motivo qui non mi viene spontaneo fare è il bagno: domenica scorsa mi è capitato, dopo un mese di astinenza, di fare il bagno col mio giovane amico, e cazzo, il tepore della vasca è stato assolutamente una madeleine, mi ha fatto sentire a casa come non mi sentivo, appunto, da un mese.

Ancora: casa è il posto dove arrivi e ti si connettono automaticamente alla wifi tutti i dispositivi che hai addosso, dicono alcuni, e ci può stare: la verità è che casa è anche il posto dove ci sono alcuni dispositivi che stanno solo lì e che salcazzo quando riuscirò a portare quassù (la Playstation, soprattutto adesso che sta per uscire Red Dead Redemption 2) o che quassù non ci porterò, tipo tutti i miei trabiccoli musicali, per la gioia dei miei vicini e per la mestizia del sottoscritto.

È un po’ triste e fightclubbeggiante pensare che casa, in fondo, siano degli oggetti che, come dice appunto Tyler Durden, finiscono per possederti anziché essere tu a possederli, ma è vero anche che non si tratta tanto degli oggetti quanto delle esperienze che permettono, come ad esempio i momenti di totale disconnessione dal mondo che la console, musicale o videoludica che sia, mi ha regalato negli anni e, quindi, l’enorme quantità di energie fisiche e mentali che mi ha aiutato a recuperare.

Una performance artistica di gran lunga migliore di quello che saprei fare io

Casa, però, ovviamente, sono anche in gran parte le persone, o la loro assenza: appena andato ad abitare da solo, ormai più di dieci anni fa, ricordo che mi faceva letteralmente impazzire l’idea di avere una batcaverna solo mia, un posto dove entrare, chiudere la porta ed essere finalmente da solo con me stesso e tonnellate di cose intellettualmente stimolanti da fare, e negli anni anche non abitando più da solo ho sempre cercato di mantenere qualche spazio di questo tipo, non sempre senza fatica, ma la stessa sensazione di “vaffanculo tutto, adesso chiudo la porta, resto in mutande, apro una birra e faccio il cazzo che mi pare senza doverci stare troppo a pensare”, che in fondo è la sensazione di “casa”, è possibile anche provarla con delle altre persone, non è indispensabile essere da soli.

Ecco, quelle persone sono “casa”.

E lo sono anche persone con cui, all’opposto, non puoi fare il cazzo che ti pare senza pensarci troppo, come ad esempio il mio giovane amico che, diciamocelo, richiede sempre tutta l’attenzione che hai quando sei con lui, eppure è di una divertenza e di una meraviglia tale che sticazzi, a due ore d’aereo da lui potrebbe essere domenica tutti i giorni e potrei passarla semiaddormentato nella vasca guardando film pessimi, ma a due ore d’aereo da lui non sarà mai casa.

Categorie: Londinesità

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