Quando uno si trasferisce in un posto, che magari ha già visto più di una volta da turista, è normale che nei primi tempi vada a vedere i monumenti che ancora non ha visto, o a rivedere quelli che ha già visto: in fondo, la condizione di “trasferito da poco” è un po’ a metà strada tra quella del turista e quella del local di vecchia data, è una specie di turista privilegiato che conosce un po’ meglio la cittadina e le usanze locali ma al tempo stesso ha ancora, o almeno dovrebbe avere, un po’ più di entusiasmo e voglia di scoprire di chi è nato e cresciuto nello stesso posto e ormai ne conosce ogni angolo.

Ognuno, poi, ha i propri monumenti di riferimento: nel mio caso, uno dei primi posti che ho voluto visitare dopo essermi trasferito a Londra è uno dei templi storici della club culture, il Fabric.

MACCOME, direte voi, sei stato in tonnellate di club e festival e alla verde età di trentacinque anni non eri mai stato al Fabric? Già.

A differenza del mio amico Dask, che è forse il più grande turista del clubbing che conosca e che ogni weekend o giù di lì va in un posto nuovo e visita i club locali (mentre scrivo questo post, per esempio, è su un aereo per la Georgia e sicuramente andrà al Bassiani mentre è laggiù), di solito quando vado in vacanza all’estero, a meno che non sia per motivi musicali, faccio il turista anziano, quello che si alza presto la mattina per vedere i monumenti e va a letto presto la sera, stremato dalle dozzine di chilometri percorsi; di conseguenza, il clubbing locale è qualcosa che di solito esploro la terza o la quarta volta che vado in una città.

A Londra, in effetti, ero già stato più di un paio di volte anche prima di trasferirmici, ma per un motivo o per l’altro non ero mai riuscito ad andare nella dimora di Craig Richards e Terry Francis; la volta che ci sono andato più vicino ero a Londra per vedere i Prodigy alla Wembley arena e il piano era proprio di andarci una volta finito il concerto, ma purtroppo (si fa per dire) quella volta fu uno dei tre-quattro concerti più belli della mia vita oltre che una delle sudate più intense di tutti i tempi, per cui alla fine ero così stremato da riuscire a malapena a trascinarmi in hotel, figurarsi fare mattina nei sotterranei di Charterhouse street.

Insomma, questo lungo preambolo è per dire che finalmente la settimana scorsa ci sono stato, complice la doppia data di una delle mie artiste preferite del momento, SOPHIE, che non potevo assolutamente perdermi.

Laseroni

L’ho già vista due volte in passato, entrambe al Sònar, oltre ad aver sbirciato svariati video di sue esibizioni su Youtube, e come ogni volta non avevo la minima idea di cosa aspettarmi, conoscendo il suo talento nello stupire il pubblico e la quantità smisurata di idee che le frullano in testa.

In sostanza, quindi, performance di un’artista che adoro e da cui ci si può aspettare di tutto, in un posto in cui non sono mai stato ma che ha un’aura assolutamente leggendaria: gli ingredienti per solleticarmi l’entusiasmo c’erano tutti.

Doppia data, si diceva, e io ho i biglietti per la seconda, per cui potrò spoilerarmi un po’ dello show leggendo i commenti della sera prima: la mattina della prima data viene pubblicata la lineup della serata, e a sorpresa tra i giovani di belle speranze chiamati a fare apertura c’è, tra gli altri, un certo Skream: a tutto quanto sopra, quindi, si aggiunge uno che quando è in giornata è uno dei miei DJ preferiti, oltre che un soggettone con un sacco di cose da dire e uno con una borsa dei dischi senza fondo? Sul serio? Non vedo davvero cosa potrei chiedere di meglio. Sarà un po’ un casino tornare a casa in metro, visto che la data per cui ho il biglietto io è di mercoledì e da lineup lo show di SOPHIE finisce a mezzanotte, poco prima dell’ultima metro, ma in qualche modo farò, suvvia.

Il mercoledì mattina, però, i commenti sono tutt’altro che incoraggianti, sia per via dell’orario tardo e diverso da quanto preannunciato, cosa che ha fatto scapocciare l’inglese medio che in quanto nordico non vuole fare tardi in settimana e che quindi si sta lamentando durissimo su Facebook, sia perchè sembra che SOPHIE abbia offerto un DJ set piuttosto anonimo e loffo, ben distante dalla performance spiazzantissima che aveva presentato l’estate scorsa a Barcellona.

Ma non mi perdo d’animo: nella peggiorissima delle ipotesi, vado a vedere il Fabric, sento Skream e torno a casa presto.

A metà mattina, però, altra sorpresa: le lamentele dell’inglese medio sembrano aver funzionato, per cui lo show di SOPHIE è annunciato alle 21.45 anzichè alle 23 come il giorno precedente; questo significa che non ci sarà Skream, ma in lineup c’è comunque, come il giorno prima, Gayle San, che conosco e apprezzo da un sacco ma non ho mai sentito dal vivo, per cui comunque potrebbe andare molto molto peggio.

Finita la giornata di lavoro, quindi, gioioso del fatto che il mio ufficio è a mezz’ora scarsa a piedi dal Charterhouse street e che il clima londinese finora è stato estremamente clemente ed è una piacevole serata autunnale, mi faccio una bella passeggiata e arrivo là dove Villalobos ha costruito una grossa parte del suo mito e dove sono metaforicamente ambientati molti dei miei mixcd preferiti.

Il Fabric è completamente diverso da come me l’ero immaginato: mi immaginavo un superclub come quelli di tante altre parti del mondo, Milano compresa, in cui entri e sei subito in una sala gigantesca con la console su un palco, e invece è esattamente l’opposto: ci sono un sacco di corridoi da percorrere per andare un po’ dappertutto, in bagno, al guardaroba, al bar, e di scale da scendere per arrivare al centro nevralgico, la room one, che è grande sì e no un quarto di come me l’ero immaginata.

Se dovessi considerare solo lo spazio antistante la console, il dancefloor propriamente detto, persino io che non sono proprio un DJ famoso ho suonato in posti più grandi. Di certo, però, non ho mai suonato in posti in cui l’impianto suona così forte e così pulito al tempo stesso: la room one è uno di quei rarissimi posti in cui senti la bassata nella bocca dello stomaco e gli alti ti prendono a schiaffi il cervelletto, ma quando esci non ti fischiano le orecchie e non hai mal di testa.

C’è un palco, di fronte alla console (che per inciso non è praticamente rialzata da terra, come nei club “veri” e intimi), sul quale ci sono due leggii come quello che aveva SOPHIE al Sònar, ma è sicuramente troppo piccolo perché possa fare lo stesso cinema di plastica gonfiabile che aveva fatto a Barcellona: sembrerebbe quindi che non si tratti di un DJ set, ma nemmeno di una performance “live” (più o meno, chi c’era sa) come quella della scorsa estate.

Si diceva delle scale da scendere: il dancefloor della room one è in fondo al sotterraneo, cbe significa che ci sono diversi piani sopra, e che quindi esattamente sopra la console c’è un praticissimo palchetto da cui si vede perfettamente il palco dove si esibirà SOPHIE e da cui si sente anche benissimo, per cui decido che poco prima dell’orario stabilito andrò a piazzarmi lì, ma prima è giusto sentire gli act di apertura da centro pista: il primo a esibirsi è un a me sconosciuto Pig, che infila cose abissalmente diverse tra loro come AG Cook, Prodigy, Chemical Brothers, cassa in quattro e trappate moderne senza soluzione di continuità e anzi mantenendo una coerenza invidiabilissima; alcune scelte sono state un po’ scontate (tipo chiudere con “Smack My Bitch Up”, che ok bellissimo sentirla con sto impianto divino, però dai puoi sforzarti di più), ma l’abilità nel costruire un flow sensato c’è tutta.

Dopo di lui, come si diceva prima, Gayle San, che come i bravi DJ con più di trent’anni di esperienza alle spalle non si fa intimidire dal set bislacco del suo predecessore e dall’idea di chissà che cazzo metterà in piedi chi verrà dopo di lei, ma fa quello che sa fare meglio: un’ora e un quarto di techno serratissima, ma non quella merda muscolare e cafona che va di moda adesso, no.

Sostenuta e aggressiva, ma col sorriso e con un sacco di groove, suona fondamentalmente come mettere le maracas in lavatrice, e anche se sono le otto di mercoledì sera e ho in spalla lo zaino dell’ufficio (maledetto guardaroba cash only, è il 2018, per dio), sculetto con gaudio e soddisfazione, ché di techno così gustosa non ne sentivo davvero da tanto.

Il momento di salire sul palchetto come i veri anziani che guardano i concerti grattandosi pensierosi il mento arriva in frettissima, e nell’andarci incontro un altro dei miei artisti preferiti del momento, Lorenzo Senni, che è a Londra perché suonerà qui il venerdì e che si conferma, come mi aveva raccontato chiunque ci abbia avuto a che fare, simpaticissimo: nonostante lo approcci dicendogli “ma tu sei un famoso artista italiano, io sono un tuo grande fan!” si ferma volentierissimo a fare quattro chiacchiere del più e del meno.

Insomma, preamboli su preamboli che preludono ad altri preamboli, ma finalmente è arrivato il momento per cui sono qui: SOPHIE, che ho incrociato appena arrivato in room one e ho scoperto essere altissima, sale sul palco assieme a due ragazze transgender più alte ancora, e senza por tempo in mezzo squaderna una cassa in quattro secca e drittissima al cospetto della quale il dancefloor, ovviamente, va in visibilio.

L’inizio del set è materiale inedito ovviamente, perché cosa vorrai mai fare live quando hai un album uscito da neanche sei mesi? Poco dopo però riconosco “Burn Rubber”, anch’essa inedita ma già sentita altre volte, anche se mai in questa versione drittona e sostenutissima: sembra evidente che stasera SOPHIE non ha intenzione di fare prigionieri, che la performance art concettuale e impegnata del “festival di musica avanzata” di Barcellona stasera cederà il posto al clubbing e al sudore.

C’è giusto un momento di pausa, poco dopo l’inizio, con il vocal di “Is It Cold In The Water?” appoggiato su uno di quei tappetoni tipici del suono della signora ex signore, che ti investono come una secchiata d’acqua gelata e bollente assieme, ma quando appare il vocal di “Whole New World” e sembra che andiamo verso territori più familiari a chi ha sentito l’album, ecco che ritorna, prepotente, la cassa dritta, e il pubblico riprende, gioioso, ad arrampicarsi sulle pareti.

UK Bass, Garage, House, Techno in uno dei templi storici di tutti questi generi, suonate con i suoni di SOPHIE, che ti fanno pensare a macchine sbilenche, usate in un modo per cui non erano state progettate e piegate al proprio volere da un autentico genio: la sensazione che ti dà SOPHIE è che potrebbe fare davvero qualsiasi cosa e non riuscirebbe mai, in nessun modo a lasciarti indifferente, e se al Sònar l’intento era chiaramente quello di spiazzarti, proponendo cose lontanamente familiari ma abrasive, stasera l’effetto è lo stesso, ma molto meno dichiarato, molto più sottile, è nascosto dietro la cassa in quattro, dietro la danzabilità, dietro le mani al cielo del pubblico che salta tutto assieme, ma lì dietro c’è sempre l’intenzione di fare qualcosa di inaspettato e che faccia riflettere.

Per dirne una, starà suonando live davvero? Possibile che abbia architettato un live composto in larga parte di cose inedite dopo le critiche al DJ set di ieri? Oppure anche il set di ieri era preregistrato (cosa che ha già fatto in passato) e oggi lo sta riproponendo uguale ma sul palco anziché dietro la console? È davvero possibile che abbia così tanto materiale inedito oppure sta suonando anche roba non sua? Fa davvero differenza quello che sta facendo sul palco, quando la musica è così clamorosa e lei, in ogni caso, emana un fascino stranissimo che ne giustifica la presenza? Sono forse solo io che mi faccio queste domande perché sono un cazzo di nerd e potrei tranquillamente godermi la musica?

Non so voi, ma io di fronte a un’artista (ho sempre un po’ il dubbio se ci vada o meno l’apostrofo, nel suo caso) che riesce contemporaneamente a suonare da paura e farmi saltare come un bambino e anche stimolare la mia curiosità intellettuale non posso che applaudire fino a spelarmi le mani.

Il live dura un’ora che sembra cinque minuti, anche perché c’è spazio anche per un momento fintolive con due tizi a me del tutto sconosciuti che salgono sul palco per fare “It’s Your Life”, il missile tropicaleggiante, ovviamente inedito, che SOPHIE aveva presentato per la prima volta al Sònar, e che oggi fa imbizzarrire la folla:

La chiusura non può che essere, però, con la traccia più “facile” dell’album, “Immaterial”, sulla quale si scatena un’ovazione per cui la sala sembra grande il triplo:

C’è giusto il tempo per un encore pazzerellissimo a base di suoni completamente a caso, in cui sembra che da un momento all’altro potrebbe partire di nuovo una cassa dritta e scatenare reazioni pari a uno scudetto del Napoli, ma nonostante ce lo si aspetti un po’ tutti, o forse proprio perché ce lo si aspetta un po’ tutti non succede, e dopo una decina di minuti dei classici suoni alla SOPHIE, tipo “quello che pare un palloncino sofferente” o “quello che sembra del metallo che prende vita”, o “quello che sembra l’apocalisse incombente”, lei e le sue due compari abbandonano il palco, lasciando me e il resto degli astanti con gli occhi a cuoricino.

I due baldi giovini che hanno l’ingrato compito di chiudere la serata la buttano subito sul paraculo spintissimo, aprendo il set con “Vyzee”, per cui decido che è ora di prendere la metro e tornare a casa, soddisfattissimo per aver finalmente visto un luogo storico e per aver visto la miglior performance finora di una delle mie artiste preferite, per aver saltato come un bambino e per essere tornato a casa pieno di domande e di voglia di scriverci sopra.

Lo so che alla maggior parte di voi SOPHIE non piace, eppure in un’ora di live suo ci sono più idee che nell’intera carriera di tantissimi musicisti di successo e rispettati; non tutte mi fanno impazzire, ma quelle che lo fanno, madonnamia.

Categorie: Londinesità

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