Farsi due più due ore di aereo alla settimana ha sicuramente un sacco di sbattimenti, soprattutto quando ti svegli alle cinque del lunedì mattina e il tuo aereo delle sette e mezza ha due ore di ritardo, ma ha anche qualche vantaggio: sono sempre stato un grande appassionato di pendolarismo, ho dichiarato più volte che se avessi studiato vicino casa anziché ad almeno quaranta minuti di metro non avrei mai preso un diploma né mi sarei laureato, perché credo che i mezzi di trasporto siano il posto migliore dove leggere e/o studiare.

Il pendolarismo aereo settimanale, quindi, mi consente di smaltire un po’ la colossale coda di cose da leggere che ho accumulato negli anni, e che ovviamente non finirà mai, ma che almeno forse riesco a ridurre un po’.

Dato che i miei viaggi settimanali sono il venerdì sera e il lunedì mattina prestissimo, non avevo certo la testa di mettermi a leggere cose troppo complicate, per cui il primo libro che ho deciso di recuperare è stato un libro che avevo snobbato per un sacco di tempo, pensando che fosse, come le altre autobiografie degli sportivi, insulso e banale, nonostante in tantissimi mi avessero detto che invece meritava, e infatti.

Vuoi perché, come tutte le autobiografie degli sportivi, non è scritta veramente veramente veramente dallo sportivo in questione ma da uno che ha vinto un Pulitzer, vuoi perché Agassi è, obiettivamente, un personaggio incredibile, è un libro meraviglioso.

È meraviglioso per la storia del personaggio Agassi, un bislacco guascone dentro il quale si nasconde un bambino vessato dal padre praticamente come lo era Micheal Jackson (e ovviamente le parti in cui parla del rapporto con suo padre e con i padri che si è trovato lungo la strada, sul me padre, hanno avuto un impatto non banale) che si ritrova a essere il numero uno del mondo in una cosa che odia passando attraverso peripezie fantastiche e storie travagliate con donne famose, ma non solo.

A me il tennis, per dirne una, fa cagare, come mi fanno cagare un po’ tutti gli sport individuali, un po’ perché ho sempre praticato sport di squadra e quindi per me lo sport è qualcosa che si fa assieme a qualcun altro, e un po’ perché ho già abbastanza di quel dialogo con se’ stessi che Agassi racconta perfettamente di avere ogni volta che mette piede in campo; eppure, la storia di questo tizio che diventa il migliore del mondo facendo una cosa che mi fa cagare e di cui non so quasi niente è una storia di emozioni che sono così universali che è impossibile non riconoscercisi.

Il racconto della “summer of revenge”, in cui Agassi, incazzato nero con Becker, decide di allenarsi alla morte per batterlo e in un’estate vince quattro tornei in cinque settimane e ventisei partite consecutive, l’ultima delle quali proprio col tedesco in semifinale agli U.S. Open, per poi arrivare in finale contro l’altro nemico di sempre, Sampras, e perdere malamente perché sfinito, la storia di come si sente dopo quella sconfitta, è esattamente il pane quotidiano di ognuno di noi perfezionisti:

I’m 26-1, and I’d give up all those wins for this one.
All that work and anger and winning and training and hoping and sweating, and it leads to the same empty disappointed feeling. No matter how much you win, if you’re not the last one to win, you’re a loser. And in the end I always lose, because there is always Pete. As always, Pete.

Vinci ventisei partite di fila, vinci con tutti, vinci tutto. Poi ne perdi una, per insignificante che sia, e quella è l’unica che conta per te in quel momento. Non puoi vincere, quando sei un perfezionista. Non vinci mai, fai solo un passo verso la prossima sconfitta.

Eppure Agassi, che dopo quell’estate crolla malissimo nel ranking ATP, in qualche modo si rialza e diventa il numero uno del mondo più vecchio di sempre, quando tutti pensavano fosse morto e sepolto, non perché sia chissà che fenomeno (anche se probabilmente lo era), ma semplicemente perché non sa fare altro: odia il tennis, odia le sensazioni associate alle sconfitte, eppure non sa fare altro che giocare e cercare di vincere.

E ok, è un multimilionario pazzerello che adesso nella vita cazzeggia e gestisce la sua fondazione come tutti i multimilionari pazzerelli, però leggendo la sua storia non si può fare a meno di volerlo abbracciare, dirgli che un po’ capisci come si sente e ringraziarlo per averlo raccontato così bene, scusandosi per averci messo quasi dieci anni a leggere il suo libro nonostante tutti ne parlassero bene.


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