Questa settimana c’era un evento del team di sales nel mio ufficio, e tra le mille presentazioni business-oriented e inspirational e con un sacco di buzzword c’è stato anche un workshop piuttosto interessante, all’interno del quale ognuno doveva elencare i propri cinque achievement più grandi per poi usarli per identificare i propri punti di forza.

Ora, è un esercizio che normalmente troverei estremamente difficile, ho già provato a farlo più di una volta in passato con risultati pessimi, se non fosse che di recente mi sono imbattuto in questo post su Instagram:

L’account è quello della squadra dove ho giocato dagli otto ai boh, diciotto anni e dove ho allenato per quindici, con cui quindi diciamo che ho un legame piuttosto profondo: in particolare, l’attività di allenatore è una di quelle con cui più di tutte mi sono identificato nel mio passato recente, alla quale ho dedicato un sacco di tempo ed energie e che me ne ha restituite almeno altrettante, oltre a insegnarmi tonnellate di cose che mai avrei immaginato (per dirne una, credo di aver capito molto di più di come funziona il gioco del pallone allenandolo che giocandoci).

Ora, ovviamente non sono un allenatore professionista né sono mai stato capace di giocare a calcio, quindi allenare ragazzi perché diventassero calciatori professionisti non è mai stato il mio obiettivo (anche se un paio che potrebbero farcela, ovviamente non per merito mio, ci sono): l’ho preso in considerazione, ho pensato all’idea di mettermi a studiare sul serio e fare l’allenatore a un livello più alto, ma poi ho capito che il mio obiettivo vero era la foto lì sopra.

Dei tre giovani allenatori nella foto, due sono stati miei giocatori quando avevano cinque-sei-sette anni, e ora che ne hanno, rispettivamente, ventuno e diciassette, sono diventati allenatori a loro volta: da quando li ho allenati io è passato un sacco di tempo, per cui dubito che ci sia davvero tanto di me nella loro scelta di diventare allenatori, ma mi piace pensare che un pochino ci sia, e il mio risultato, come allenatore, è questo: crescere, usando il calcio come strumento, ragazzi che abbiano voglia di passare tre pomeriggi a settimana, gratis, a crescere altri ragazzi, usando il calcio come strumento, eccetera eccetera.

Nella lista dei miei risultati, la maggior parte dei quali erano meno importanti di questo, il filo conduttore alla fine era quello: un tizio con cui ne ho parlato mi diceva “sai, il mio punto di forza è che sono un imprenditore, mi piace costruire qualcosa”, e io non ho potuto fare a meno di rispondergli che a me, invece, piace costruire qualcuno.

L’ho fatto per quindici anni come allenatore, l’ho fatto quando insegnavo in università, in qualche misura lo faccio adesso che il mio lavoro è più simile a una specie di allenatore e di guida degli sviluppatori che a quello dello sviluppatore vero e proprio: forse, in definitiva, è quello che sono.

Certo, c’è il problema che vista così i miei risultati dipendono dai risultati di qualcun altro, ma questa è un’altra storia.

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2 commenti

Giuseppe Tommasone · 14 Novembre 2018 alle 12 h 14 min

a me, invece, piace costruire qualcuno…anche fare il padre è come fare un po’ l’allenatore…

    Raibaz · 14 Novembre 2018 alle 12 h 17 min

    Fare il padre e’ come allenare una squadra di un giocatore solo, per tutta la vita 🙂

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