“Chi mi conosce lo sa” (cit.), ci sono poche persone al mondo che stimo e rispetto quanto Liam Howlett: i Prodigy sono stati e sono una colonna portante della mia adolescenza e della mia formazione musicale, oltre a essere uno dei due-tre live più belli che abbia mai visto.

Li ho visti due volte, una volta prendendo l’aereo e venendo a Londra apposta per loro, che suonavano per il tour di “Invaders Must Die” in una Wembley Arena soldout per due giorni di fila e in cui ho sudato più che se avessi fatto una maratona e l’altra in un’occasione in cui teoricamente avrei dovuto mantenere un contegno, visto che ero un giornalista accreditato e spesato allo Snowbombing, e infatti sono tornato a casa con un labbro sanguinante: entrambe le volte non mi hanno deluso, nonostante Keith e Maxim sembrassero sempre più vecchi erano comunque credibili, ricordo chiaramente di aver scritto, dopo la seconda volta, che quando Maxim fa la faccia da pazzo farebbe paura a qualunque età.

L’ho anche intervistato, Liam, e per quanto le interviste via mail siano sempre un po’ pacco, ammetto che quando mi è arrivata la mail con le risposte ero contento come un bambino la mattina di natale, e che comunque per essere un’intervista via mail non è venuta nemmeno troppo male: l’idea che uno dei tuoi idoli musicali prenda del tempo, si sieda davanti a un computer e scriva delle risposte alle tue domande, ok, sarò fanboy, ma mi ha riempito il cuoricino di gioia.

In ogni caso, però, ok essere fanboy, ma diciamoci la verità: “The Day Is My Enemy” non era già certo il migliore dei loro album, quindi quando è uscito il primo singolo di quello che poi sarebbe stato “No Tourists” c’era della cautela e del timore: si saranno ripigliati o avranno proseguito su quella brutta china?

Il singolo, “Need Some1”, in sé pareva pure carino, soprattutto perché non c’era traccia di Keith e Maxim: nelle interviste prima dell’album precedente il trio aveva dichiarato che si trattava di un disco molto più corale dei precedenti e faceva cagare, l’idea di tornare a fare cose in cui i due vocalist avessero un ruolo più marginale mi sembrava eccellente.

Cautela, comunque, per cui le cinquanta e passa sterline per andare a vederli la settimana prossima ad Alexandra Palace non le ho spese, e credo di non essere il solo, visto che per una delle due date ci sono ancora biglietti, e adesso che l’album è uscito, ecco, temo che ce ne saranno ancora fino alla data del concerto, e anzi probabilmente molti di quelli che l’hanno comprato a scatola chiusa staranno cercando qualcuno a cui rifilarlo.

Perché, diciamocelo, “No Tourists”…fa cagare. L’ho raccontato in maniera più articolata e argomentata di là, ma in realtà c’è ben poco da dire: è un disco così anonimo e così insignificante da non essere nemmeno brutto, il che è peggio ancora.

A volte bisogna accettare di abbandonare gli idoli della propria giovinezza: io l’ho visto Liam fare il suo, seppure indirettamente ci ho pure parlato, le mattine col buio andando alla metro in bici per andare a scuola ascoltando “Music For The Jilted Generation” non me le toglierà mai nessuno, però Liam, senti ammè: i soldi non credo ti manchino, sei sposato con una brava ragazza (Natalie Appleton delle All Saints, all’epoca era tipo la coppia più assurda del mondo), hai un figlio, le rughe e un po’ di panzetta.

Se devi fare ste cagate, davvero, ti prego, lascia stare. Ti voglio bene lo stesso e te ne vorrò sempre ma sul serio, smettila.


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