Nel (quasi) 2019 dovrebbe essere ormai assodato che i film di supereroi e i film d’animazione non sono solo e necessariamente cose per bambini o adolescenti al massimo, dopotutto Marvel e Pixar sono regolarmente in cima alle classifiche dei box office e compaiono spesso e volentieri in discussioni di cinema “serio”, tipo quelle sugli Oscar, eppure.

Eppure quando vado a ritirare il biglietto che ho comprato online per “Spiderman: Into The Spider-verse”, la tizia della cassa ci tiene a dirmi “è un cartone animato, lo sai, vero?”

Eppure devo comunque avere di fianco una ridente famigliola con due bambini che non fanno altro che mangiare sacchetti su sacchetti, ovviamente rumorosissimi, di cibo che la madre estrae a ripetizione dalla sua borsa gigantesca quando non è impegnata a mandare foto di buongiornissimi kafèèè su whatsapp. Al cinema. Nel (quasi) 2019.

Eppure, nonostante tutto ciò, sono comunque riuscito a godermi quello che è secondo me uno dei migliori film dell’anno che sta per concludersi e che merita, a mio avviso, di essere incluso nel pantheon dei migliori film di tizi in costume ever.

C’è un sacco di roba, in “Into The Spider-verse”, ma davvero tanta, e se ne ho colta così tanta io che non sono un appassionato di vecchia data di Spiderman non oso immaginare che goduria sia per i fan sfegatati.

C’è un sacco di stile, il mezzo animato è sfruttato alla perfezione nel dare a ogni personaggio una propria identità molto ben definita, sia nel caso di quelli che hanno poco screen time e sono quindi per forza di cose resi un po’ macchiettisticamente per poterli caratterizzare a dovere, sia soprattutto nel caso dei due Spiderman più importanti, Miles Morales e l’altro Peter Parker, disegnati in maniera leggermente diversa (molto cartoonoso e fumettoso il primo, più realistico/Pixareggiante il secondo) per rendere al meglio le differenze tra i due personaggi.

C’è, ovviamente, tantissimo Spiderman: non solo la classica storia che “da grandi poteri etc etc…”, anzi, quella è apertamente e dichiaratamente sbeffeggiata come la storia trita e ritrita, che conoscono tutti, di Spiderman, ma c’è un sacco di quello che rende Spiderman Spiderman.

Spiderman, più di tutti gli altri supereroi Marvel, è uno che non è nato supereroe: non è il Capitano che pure prima di essere il Capitano era già un soldato perfetto, non è Tony Stark che per quanto tormentato è sempre un genio, non è il dio del tuono né il re di Wakanda, è un tizio qualunque molto loquace che per una casualità si ritrova con dei superpoteri e che quotidianamente cerca di fare i conti con tutto quello che comportano.

In questo film, poi, Spiderman non è solo un tizio qualunque, è l’archetipo del tizio qualunque: non solo tutti gli Spiderman del multiverso, ma anche tutte le persone normali che si presentano a un certo evento (no spoiler) in maschera da Spiderman. Se in genere il fascino dei supereroi sta nel fatto che fanno cose che i comuni mortali non possono fare, il fascino di Spiderman, e soprattutto quello di questi Spiderman, è anche nel fatto che tutti, a modo loro, sono Spiderman.

E c’è una scena, quando uno dei Peter Parker, quello con la panza, imbolsito, svogliato, che ha combinato una serie di casini nella sua “altra” vita, quella da persona normale, sta per tornare nel suo universo, in cui si chiede “e se dovessi incasinare tutto di nuovo?” e si risponde che è un atto di fede, come quello che ogni Spiderman ha fatto, nel suo percorso per diventare Spiderman quando nessuno, sé stesso compreso, credeva che ce la potesse fare: ecco, saranno le mie circostanze attuali, sarà la vecchiaia, sarà la panza che mi accomuna a quel Peter Parker lì, ma io lì ho pianto, pensando all’atto di fede che tutti, giorno dopo giorno, devono fare per imparare a riconoscere e a usare i propri superpoteri nel modo migliore, anche quando c’è il rischio di incasinare tutto.

Ci sono un sacco di Spiderpersone, in “Into The Spider-verse”, ma non necessariamente perché sono in sei a sparare ragnatele durante il film: ce ne sono un sacco perché quello che dice il film è che Spiderman è Spiderman non perché spara le ragnatele, ma perché si rialza sempre, dopo qualunque colpo abbia preso, e allora tutti possono essere Spiderman.

I film di supereroi belli sono quelli con personaggi profondi che fanno cose epiche; i film di supereroi bellissimi sono quelli che usano i tizi in costume come metafore e archetipi per parlare delle persone senza costume.

“Into The Spider-verse” è assolutamente nella seconda categoria, e al suo interno è pure uno dei migliori.

E la scena post-credits che cita uno dei meme migliori di sempre è da applausi.


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