Uno dei vantaggi di prendere due aerei (almeno) alla settimana è che hai un sacco di tempo per leggere, soprattutto una volta che hai automatizzato tutto l’automatizzabile e operazioni come il checkin o l’attesa al gate ti richiedono il minimo indispensabile del tempo e dell’attenzione, che puoi investire in maniera più utile leggendo un buon libro.

Ho letto diversi libri quindi, ultimamente, e uno dei più notevoli è quello del titolo di questo post:

Ammetto di essere di gusti piuttosto complicati quando si tratta di romanzi: il mio preferito di sempre è di un tizio che poi non ha mai più scritto libri e si è dato alle storie di giochi di dubbio gusto e ai commercial della Nike, e di recente sembra pure essere sparito dall’Internet, anche se pare abbia quasi pronto un libro nuovo per febbraio 2020.

Il mio romanziere preferito è il figlio di un altro romanziere che lavorava per l’MI6 (e che, per inciso, è uno dei preferiti di mio padre) e ha scritto pagine meravigliose come quella della battaglia finale mimi contro ninja o un mattone da settecento pagine raccontato da sei voci contemporaneamente in sei linee temporali distinte, o forse no, che parla di tipo tutto assieme.

Mi capita di rado di far tardi la sera per sapere cosa succede in un romanzo, anzi, spesso e volentieri se non riesco a legare coi personaggi o con la trama non mi faccio problemi a mollare libri a metà, per cui questo Hank Green è stato una piacevole sorpresa.

Pescato letteralmente a caso in una libreria di un aeroporto, che storicamente non sono famose per contenere grandi capolavori nascosti, è invece una perla che merita assolutamente che gli dedichiate del tempo.

Ma di cosa parla, questa absolutely remarkable thing?

Per farvela breve, è un po’ “Ready Player One”, un po’ “Cloverfield” e un po’ critica dei social media: dal nulla, una sera qualunque, in sessantaquattro grandi metropoli del mondo appaiono dei robottoni giganti fatti di un materiale sconosciuto, e il libro racconta le reazioni della rete e della gente attraverso la storia della protagonista e voce narrante, la prima persona a entrare in contatto con uno di questi e postarlo online, che quindi diventa internet famous e poi famosa veramente.

C’è una grande avventura, rappresentata dagli enigmi che i robottoni pongono all’umanità intera, ci sono personaggi interessanti di cui è facile finire per interessarsi (soprattutto April, la protagonista, è rappresentata molto bene attraverso i monologhi interiori che fa lungo tutto il libro) e c’è una rappresentazione molto realistica del tema, importantissimo di questi tempi, di cosa succede quando si diventa famosi sull’Internet e questo finisce per cambiare drasticamente la vita IRL.

Il valido Hank crea molto bene la suspence che porta al finale, che lì per lì pare raffazzonato e tirato via, ma invece è un twist piuttosto interessante e lascia abbastanza spazio a possibili interpretazioni e sviluppi futuri.

Insomma, non è nei miei dieci romanzi preferiti di sempre, ma si lascia leggere volentierissimo e passa in fretta, è della lunghezza giusta per riuscire a immergercisi a dovere ma ha il grosso pregio di non tirarla troppo per le lunghe.

Consigliatissimo per un paio di viaggi Milano-Londra, insomma.


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